Almeno una volta nella vita sarà capitato a ciascuno di noi di trovarci di fronte ad un soporifero libro di storia. Diciamocelo chiaramente. Non importa se quest’incontro sia avvenuto durante gli anni della scuola o all’università, non importa se a farci sbadigliare sia stato un manuale di storia medievale o una particolare sezione di un libro di testo focalizzata su di uno specifico periodo storico, sta di fatto che quell’evento può essere stato determinante o ha contribuito, magari insieme ad insegnati particolarmente pedanti, ai fini dell’idea che ci siamo fatti di questa fondamentale disciplina. Non è raro, infatti, riscontrare pareri molto negativi su di essa: da coloro i quali la reputano noiosa si passa a chi la definisce inutile o addirittura ne mette in dubbio l’utilità. Frasi del tipo: “Che pesantezza!”, “Non mi è mai piaciuta, troppe date da ricordare!”, “ma a che serve conoscere a memoria il nome dei sette re di Roma o l’anno esatto dell’incoronazione di Carlo Magno?” oppure “La guerra dei trent’anni? Che casino!” sono senz’altro diffusissime tra l’opinione pubblica. Prima di maledire questa gente, cari storici o cultori della materia, prima di definirla ignorante ed insensibile cerchiamo di indagarne le ragioni e di sondarne criticamente i fondamenti, non dovrebbe risultarci particolarmente difficile farlo, anche per sana deontologia professionale.
Ad uno sguardo più attento e retrospettivo è possibile cogliere tutta una serie di elementi problematici e di criticità afferenti non tanto ai contenuti o al suo statuto epistemologico, quanto alle modalità e agli strumenti impiegati per trasmettere tali conoscenze. Il problema che la storia deve affrontare, in altre parole, non risiede nella sostanza ma nella forma che tale sostanza assume e cerco di spiegarmi meglio. Prendiamo il caso emblematico della guerra dei trent’anni, un intricato nugolo di conflitti e di guerre combattute nel corso della prima metà del XVII secolo (1618-1648) che, per mole di personaggi, fatti e date da ricordare, non lascia scampo anche al più volenteroso degli studenti. Di fronte al pericolo di essere sommersi da un fiume in piena di date, nomi di personaggi e vicende storiche vi è solo una cosa da fare: cambiare approccio allo studio di questo enorme corpus di informazioni provando a spostare la prospettiva con la quale si prova a studiare quei fatti. Anziché lanciarsi nell’impresa frustrante ed inutile di memorizzazione delle dinamiche storiche è opportuno focalizzarsi sul contesto storico, sociale e culturale in cui si realizzarono quegli eventi, comprenderne i rapporti di causalità ed effetto e cioè quali relazioni un dato avvenimento instaurò con quello immediatamente successivo e, a sua volta, che genere di fattori lo determinarono, giungendo cosi ad una piena comprensione del dato storico nella sua globalità. Sembra quasi banale sottolinearlo ma questo approccio alla storia è capace da solo di ribaltare il giudizio negativo che si può avere sulla disciplina. Si tratta in altre parole di compiere un’opera di materializzazione (mi si passi questo termine pericoloso e soggetto a facile strumentalizzazione) trasformando il dato astratto in dato concreto. Da questo processo, a mio avviso, non si deve prescindere se si vuole contribuire a restituire una nuova idea di storia ma, soprattutto, non può esimersi dal farlo chi insegna la disciplina. E’ il caso di dire che a salvare questa scienza non sarà la trasmissione dei contenuti ma la metodologia per mezzo della quale verranno trasmessi e il modo attraverso cui verranno esperiti e studiati. La tendenza al nozionismo e alla semplificazione, sempre presenti nella trasmissione dei sapere storico devono essere abbandonati in favore di una visione di più ampio respiro che punti su di un approccio globale e su di un’etica del contesto in grado di ricollocare la disciplina nel posto che più le si addice: tra gli uomini. Riuscire in una simile impresa sarebbe già il principio di una piccola rivoluzione. “La storia”, ha scritto March Bloch in quel bellissimo libro che è “L’apologia della storia”, “è la scienza degli uomini nel tempo”, il suo oggetto è, dunque, l’uomo nel suo progredire, nel suo morire, nel suo vivere, nel suo fabbricare e nel suo soccombere ai prodotti del suo lavoro, nel suo organizzarsi in società e nel suo distruggere le società altrui. Circoscriverla ad una sequenza meccanica, quasi ritmata, di date e di successioni di fatti, schematizzarla senza mai problematizzarla equivarrebbe a mortificarne i fondamenti stessi delegittimandola nella sua funzione originaria: quella di parlare all'uomo dell'uomo.
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